DOMUS n° 938

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DOMUS n° 938

Testo di Luigi Spinelli

Ph. Mario Ciampi

Spazi fluidi che inseguono la vita. Nello studio di architettura e pittura a Monterinaldi si rinnova quella che Giovanni Klaus Koening definiva la conformazione spaziale dell’esistenza”

 

Nel dicembre del 1957 Domus pubblica “un centro di quindici case” sulla collina di Monterinaldi,
affacciata su Firenze, dove l’architetto Leonardo Ricci ha trasformato il pendio scosceso di una
cava di pietraforte in un esperimento abitativo con modalità aperte.
Le parole di Ricci centrano la filosofia di autocommittenza e autocostruzione del progetto: “…
forse sarebbe bene che tutti sapessero costruire la propria casa (…), insegnare a murare ai
ragazzi così come si insegna a parlare”. “Si traccia un solco nella terra. Si prendono dei sassi. Si
murano i sassi con la malta. Il muro sale e divide lo spazio creando un nuovo spazio che prima
non c’era. Di qua tira generalmente vento. Qui c’è il sole del Sud. Di qua si vede il mare. E i muri
dividono spazi sempre più vivi. Alcune parti nell’ombra. Altre nella luce. Qui alto. Qui basso. Qui è
bello riposare. (…) Qui lavorare. È nata una casa …”.
In questa condizione Ricci, appena ritornato da Parigi, lavora in mezzo ad altri artisti, artigiani e
intellettuali attirati da questo programma esistenziale, ai quali l’architetto ha venduto porzioni di
terreno a prezzi di favore in cambio dell’incarico per le architetture. In esse l’architetto declina la
grammatica adottata per la sua casa: volumi aggrappati alle curve di livello del terreno, setti
portanti in pietra del luogo, travi e lastre inclinate in calcestruzzo armato a vista, semplici scale
in legno, infissi poveri in ferro, in contrasto con le raffinate finiture in pietra e marmo e con i
numerosi interventi artistici: pannelli in ceramica sulla terrazza del soggiorno e sulla parete
della biblioteca, composizioni in pezzi di recupero di vetro colorato come il ‘giardino di pietra’ di
fronte alla casa. Questa stretta interazione tra architettura e arti figurative è direttamente
verificata con la mostra sperimentale di arti plastiche ‘la cava’ che Ricci organizza nel 1955 con
Fiamma Vigo attorno e dentro le case di Monterinaldi.
“… al giorno d’oggi non si può non essere esistenziali, se così si può dire (non esistenzialisti),
fondamentali saranno solo quegli atti e di consestudio guenza quelle forme che nascono da
verità esistenziali dell’uomo e non da futili motivi di gusto. (…) In una casa si dorme, si mangia, si
vive … Il valore sta nel “modo” in cui questi atti si compiono. Ci si può addormentare in una
camera come dentro una scatola di sardine, oppure dopo aver spaziato con gli occhi nel cielo
pieno di stelle. Si può mangiare su un tavolo vicino a una cucina perfetta come una macchina (…)
oppure su una tavola per gustare un buon pane in un momento di riposo dopo il lavoro”.
Le case dell’architetto e dei suoi amici vivono della continuità dello spazio interno, dove le
funzioni dell’abitare sono filtrate da variazioni di sezione e di luce anziché da tavolati divisori, e
da relazioni variate e continue tra spazi interni e esterni, aperti sul paesaggio.
In un libro autobiografico pubblicato nel 1962 negli Stati Uniti, Ricci racconta le sue intenzioni: il
desiderio che le case, nate da condizioni differenti in momenti differenti, usando i materiali a
disposizione per sembrare che fosse la terra ad averle partorite, formassero un unico
organismo. Una condizione controllata costantemente dall’architetto dalla collina opposta di
Fiesole. Ideato nel 1949 e completato nel 1952, l’organismo mutante della casa sarà nei due decenni
successivi oggetto di almeno sei fasi di autocritiche e irrequiete integrazioni, tra le quali lo
studio di pittura e di architettura su due livelli ricavato sotto la terrazza del soggiorno nel 1955,
un volume lineare filtrato nel suo affaccio a valle da espressivi diaframmi in pietra.
Sembra allora appartenere alle intenzioni di Ricci l’occasione che questi spazi ospitino oggi la
casa-studio di un gruppo di giovani architetti fiorentini, che hanno preso il nome dalla terza città
degli scambi tra quelle “invisibili” di Italo Calvino, dove gli abitanti giocano la loro vita attraverso
spostamenti in molte città identiche, come sui quadrati di una scacchiera. Matteo Baralli, Luca
Barontini, Jacopo Carli, Ugo Dattilo e Antonella Tundo, che hanno fondato nel 2003 il gruppo
‘Eutropia’, lavorano al livello superiore, nell’ex studio di pittura di Ricci; gli ultimi due abitano il
livello inferiore, dove era lo studio di architettura. Il contatto con gli eredi dell’architetto, che
abitano il resto della casa, è avvenuto quattro anni fa, in occasione della ricerca di dottorato di
Ugo Dattilo sulla ‘casa teorica’, un progetto sperimentale concepito da Ricci nel 1956 attraverso
due disegni diagrammatici – “lo spazio nella verticale” e “lo spazio nell’orizzontale” – e
considerato per molti anni utopico, finchè Giovanni Klaus Koenig, allievo dell’architetto, non ne
ha pubblicato i disegni e documentato il sito di destinazione6, confermato da tracce di
fondazioni vicino alla prima casa di Monterinaldi