Ideal house Russia

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Ideal home

testo Varvara Verbitskaya

Современная
История

Именно здесь, среди холмов и утопающих
в душистых растениях улиц, прячется
мельница Моранди, переделанная
в отель. Старинная сельская постройка как
будто слилась с ландшафтом и ведет вечный
диалог с оврагами и ручьями, которые сво-
ей музыкой убаюкивают путешественников.
Начиная работу над проектом, архитекторы
флорентийской студии Eutropia поставили пе-
ред собой четкую цель: все должно выглядеть


DONNA MODERNADONNA MODERNA 2/13

DONNA MODERNA

La mia stanza preferita, lo studio soppalco”

ph Adriano Brusaferri

testo Valeria Saltari


D di Repubblica n.792

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D di Repubblica n.792

testo Antonella Tundo

ph Denise Bonenti

il nuovo e l’antico

Grossi muri di pietra che hanno memoria di tempi lontani nascondono dettagli inediti immersi in uno spazio reinventato dallo studio Eutropia di Firenze, per un collezionista d’arte italo-londinese

Siamo nel Chianti, in una frazione di Montevarchi, su una collina rivestita di alberi secolari. Una vecchia cascina di pietra, tipica di queste parti. Muri in pietra, tetto in tegole, una grande aia che affaccia sulla collina. La sfida è stata quella di mantenere l’involucro inalterato, ma svuotando completamente l’interno, rendendolo davvero contemporaneo.

Un’architettura sintesi perfetta di esigenze contemporanee e di un lontano mondo rurale. Una scatola che ricorda e conserva totalmente tutti gli strati di un tempo e di una toscanità che non si possono perdere. All’esterno una casa quasi mimetica, accoccolata sulle colline del chianti aretino, all’interno un focolare reinventato per ospitare amici da tutto il mondo. Una rivoluzione totalmente legata al presente, solo alcune tracce visibili di tecniche, materiali e sapori antichi.

“Questo e’ il posto in cui vengo quando voglio rilassarmi”, è la prima cosa che viene in mente a Fabrizio, il proprietario, pensando a questa casa. “Svegliarsi la mattina con questo silenzio, senza i rumori frenetici della città, fare colazione con gli amici in terrazza e assaporare questo posto meraviglioso: e’ proprio la semplicità’ di questo luogo che mi affascina e mi cattura”. Fabrizio non è cresciuto in questa terra, lavora dividendosi tra Londra e Zurigo ed è sempre in viaggio, ma è qui che ha deciso di passare il suo tempo di relax, ha scelto questo angolo di mondo ed è questa che lui sente la sua vera casa.
“Può sembrare strano a dirsi ma ristrutturare questa cascina e’ stata un’esperienza fantastica. Vederla trasformarsi nei mesi, parlare con l’architetto dei progressi, dei dettagli e delle scelte importanti e’ stato davvero interessante. Vorrei quasi ricominciare!” Questa passione si coglie ovunque, nelle fotografie d’arte collezionate nella casa e nell’arredo scelto pezzo per pezzo nei mercatini in giro per il mondo o nei negozi di design nelle metropoli europee. Joshua, il figlio di sei anni, ha creato invece la sua piccola galleria personale e ci trascina contento a scoprirla. Anche lui ha scelto come fare la sua stanza, l’ha vista crescere ed ora è il suo laboratorio creativo.

La prima volta che sono entrato in questa casa – spiega il progettista Ugo Dattilo dello studio Eutropia di Firenze – ho percepito che esisteva una complessità spaziale che era stata intrappolata dagli interventi precedenti e aspettava solo di essere risvegliata. Così ho deciso di sottrarre il più possibile per creare dei vuoti in cui lo spazio potesse fluire libero”. Grazie a queste operazioni sono venute alla luce le memorie costruttive e materiche della casa: muri in pietra, antiche travi lignee e roccia affiorante. In questo modo, ricercando un dialogo trasversale tra i tempi, questi elementi sono stati affiancati a nuovi materiali come il vetro, la resina, il corten. Il resto è merito della luce che confluisce tra i piani, i mezzani, le finestre interne. Gli spazi sono stati disegnati per esserne investiti e avvolti. La luce irrompe anche dalle due grandi specchiature, quasi dei tagli voyeuristici negli spessi muri di mattoni e pietra che, creando un filo diretto tra il living e l’esterno, trascinano all’interno le colline verdi che dipingono l’orizzonte: il più bel quadro che la casa possa possedere.


BRAVACASA n°11

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BRAVACASA n°11

ph Adriano Brusaferri
Testi Alessandro Pacinelli

Declinazioni architettoniche

Tra la Fiesole etrusca e la Firenze romanica, un giovane gruppo di architetti ripensa e rivitalizza uno spazio sperimentale degli anni ’50.

Abitare una casa dalla personalità così forte e decisa ed erigerla a proprio rifugio e spazio di lavoro è una scelta che cambia il modo di vivere. E così è stato per noi, giovani architetti del gruppo Eutropia, che in questa spazialità troviamo giornalmente ispirazione.

Leonardo Ricci, geniale architetto fiorentino, aveva appena trenta anni quando, nel 1949, diede vita a questo esperimento sul tema dell’abitare. Il primo di una lunga serie. Oggi, a sessanta anni di distanza, noi trentenni del 2010 riscopriamo attuale la duttilità spaziale, intrisa di una vibrante dialettica tra una decadenza fisica ineluttabile ed una vitalità e validità spaziale resa evidente anche dai tentativi di rianimazione di cui noi ci sentiamo in parte responsabili. Oggetti di design creano nuove situazioni di dettaglio, plastici di studio e libri di architettura individuano percorsi (culturali e fisici), una bicicletta da corsa testimonia e misura vecchie e nuove passioni. Tutto parla di vita, lavoro e voglia di esplorare; e lo spazio, oggi come un tempo, torna ad essere un’officina di architettura.


BAITVENOY

Eutropia nello studio di Leonardo Ricci

Ph. e testo Valentina Muscedra

AD n° 359

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AD n° 359
“Geometrie aperte”
Testo di François Burkhardt
Ph Chiara Cadeddu

 

LA CASA-ATELIER DI LEONARDO RICCI
A MONTERINALDI,
VICINO A FIRENZE, SUGGERISCE
UN MODO DI ABITARE COMUNITARIO

LA RICERCA DI UNA NUOVA ARMONIA
dimora dell’architetto. Il recupero degli elementi fondamentali
della sua architettura in tutte le loro variazioni – per esempio
la scelta dei materiali come la pietra di costruzione estratta dalle
stesse cave – esercita un effetto armonizzante e rifl ette un sapiente
radicamento al suolo e una delicata appartenenza al paesaggio
locale, senza per altro cadere nel regionalismo. Tale vocazione alla
espansività trasposta in architettura mi emoziona profondamente,
allo stesso modo dell’originalità dell’universo spaziale ideato
da Ricci e della sua tendenza organica, legata più alla qualità intrinseca
del luogo che all’adesione allo stile dell’architettura organica
americana. Pure trovo degna di elogio la passione di Ricci
per la valorizzazione del paesaggio, che in questo caso raggiunge
esiti davvero eccelsi in virtù anche di un emplacement unico da
cui si può gioire di una straordinaria vista su Firenze: il posizionamento
delle fi nestre esalta la percezione del paesaggio dall’interno
dell’edifi cio. Ricci sa perfettamente come fare apprezzare
a chi abita la casa lo spettacolo della natura in una maniera inedita,
e ciò è particolarmente evidente nella camera padronale in
cui un lucernario lascia penetrare il chiaro di luna fi no nei recessi
dell’ambiente, proprio là dove è collocato il letto.
Per l’arredamento, va sottolineato che una parte dei mobili proviene
dalla famiglia dell’architetto – le poltrone, per esempio –,
mentre altri, quali i contenitori e gli elementi d’ordine, sono stati
progettati dallo stesso Ricci con lo scopo di integrarli al meglio nella
propria concezione spaziale. Alcuni sono piazzati su
precisi assi visuali, come la libreria a muro del salone
eseguita in lastre di marmo che raggiungono il soffi
tto. Qui non si tratta di una scelta funzionale, bensì
simbolica e dettata dal senso del bello. Così, alla fi ne,
si trova anche il lusso in questa casa eccezionale nella
quale tutto è semplice e tutto si rifà al necessario.
Perché in Leonardo Ricci si ravvisa una grande generosità
che fa sponda alla sua grande sensibilità, e soprattutto
una continua inclinazione all’innovazione
non solo formale ma anzitutto esistenziale.


FFF, n°3

FFF, n°3

La sera che uccisero l’architettura

testo Ugo Dattilo, Fernando Fazzari

Un noir ambientato nella casa studio di Leonardo Ricci, con risvolti architettonici e imprevisti


DOMUS n° 938

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DOMUS n° 938

Testo di Luigi Spinelli

Ph. Mario Ciampi

Spazi fluidi che inseguono la vita. Nello studio di architettura e pittura a Monterinaldi si rinnova quella che Giovanni Klaus Koening definiva la conformazione spaziale dell’esistenza”

 

Nel dicembre del 1957 Domus pubblica “un centro di quindici case” sulla collina di Monterinaldi,
affacciata su Firenze, dove l’architetto Leonardo Ricci ha trasformato il pendio scosceso di una
cava di pietraforte in un esperimento abitativo con modalità aperte.
Le parole di Ricci centrano la filosofia di autocommittenza e autocostruzione del progetto: “…
forse sarebbe bene che tutti sapessero costruire la propria casa (…), insegnare a murare ai
ragazzi così come si insegna a parlare”. “Si traccia un solco nella terra. Si prendono dei sassi. Si
murano i sassi con la malta. Il muro sale e divide lo spazio creando un nuovo spazio che prima
non c’era. Di qua tira generalmente vento. Qui c’è il sole del Sud. Di qua si vede il mare. E i muri
dividono spazi sempre più vivi. Alcune parti nell’ombra. Altre nella luce. Qui alto. Qui basso. Qui è
bello riposare. (…) Qui lavorare. È nata una casa …”.
In questa condizione Ricci, appena ritornato da Parigi, lavora in mezzo ad altri artisti, artigiani e
intellettuali attirati da questo programma esistenziale, ai quali l’architetto ha venduto porzioni di
terreno a prezzi di favore in cambio dell’incarico per le architetture. In esse l’architetto declina la
grammatica adottata per la sua casa: volumi aggrappati alle curve di livello del terreno, setti
portanti in pietra del luogo, travi e lastre inclinate in calcestruzzo armato a vista, semplici scale
in legno, infissi poveri in ferro, in contrasto con le raffinate finiture in pietra e marmo e con i
numerosi interventi artistici: pannelli in ceramica sulla terrazza del soggiorno e sulla parete
della biblioteca, composizioni in pezzi di recupero di vetro colorato come il ‘giardino di pietra’ di
fronte alla casa. Questa stretta interazione tra architettura e arti figurative è direttamente
verificata con la mostra sperimentale di arti plastiche ‘la cava’ che Ricci organizza nel 1955 con
Fiamma Vigo attorno e dentro le case di Monterinaldi.
“… al giorno d’oggi non si può non essere esistenziali, se così si può dire (non esistenzialisti),
fondamentali saranno solo quegli atti e di consestudio guenza quelle forme che nascono da
verità esistenziali dell’uomo e non da futili motivi di gusto. (…) In una casa si dorme, si mangia, si
vive … Il valore sta nel “modo” in cui questi atti si compiono. Ci si può addormentare in una
camera come dentro una scatola di sardine, oppure dopo aver spaziato con gli occhi nel cielo
pieno di stelle. Si può mangiare su un tavolo vicino a una cucina perfetta come una macchina (…)
oppure su una tavola per gustare un buon pane in un momento di riposo dopo il lavoro”.
Le case dell’architetto e dei suoi amici vivono della continuità dello spazio interno, dove le
funzioni dell’abitare sono filtrate da variazioni di sezione e di luce anziché da tavolati divisori, e
da relazioni variate e continue tra spazi interni e esterni, aperti sul paesaggio.
In un libro autobiografico pubblicato nel 1962 negli Stati Uniti, Ricci racconta le sue intenzioni: il
desiderio che le case, nate da condizioni differenti in momenti differenti, usando i materiali a
disposizione per sembrare che fosse la terra ad averle partorite, formassero un unico
organismo. Una condizione controllata costantemente dall’architetto dalla collina opposta di
Fiesole. Ideato nel 1949 e completato nel 1952, l’organismo mutante della casa sarà nei due decenni
successivi oggetto di almeno sei fasi di autocritiche e irrequiete integrazioni, tra le quali lo
studio di pittura e di architettura su due livelli ricavato sotto la terrazza del soggiorno nel 1955,
un volume lineare filtrato nel suo affaccio a valle da espressivi diaframmi in pietra.
Sembra allora appartenere alle intenzioni di Ricci l’occasione che questi spazi ospitino oggi la
casa-studio di un gruppo di giovani architetti fiorentini, che hanno preso il nome dalla terza città
degli scambi tra quelle “invisibili” di Italo Calvino, dove gli abitanti giocano la loro vita attraverso
spostamenti in molte città identiche, come sui quadrati di una scacchiera. Matteo Baralli, Luca
Barontini, Jacopo Carli, Ugo Dattilo e Antonella Tundo, che hanno fondato nel 2003 il gruppo
‘Eutropia’, lavorano al livello superiore, nell’ex studio di pittura di Ricci; gli ultimi due abitano il
livello inferiore, dove era lo studio di architettura. Il contatto con gli eredi dell’architetto, che
abitano il resto della casa, è avvenuto quattro anni fa, in occasione della ricerca di dottorato di
Ugo Dattilo sulla ‘casa teorica’, un progetto sperimentale concepito da Ricci nel 1956 attraverso
due disegni diagrammatici – “lo spazio nella verticale” e “lo spazio nell’orizzontale” – e
considerato per molti anni utopico, finchè Giovanni Klaus Koenig, allievo dell’architetto, non ne
ha pubblicato i disegni e documentato il sito di destinazione6, confermato da tracce di
fondazioni vicino alla prima casa di Monterinaldi


ADBUSTERS N° 82

ADBUSTERS N° 82

Hot e cool Florence


AREA n°99

AREA n°99

Esiti concorsi: Riqualificazione dell’ex Mercato Coperto di Galatina